La Violenza Invisibile: La Mia Storia Personale di Trauma e Resilienza

Spunti di Riflessione e Resilienza e Violenza di Genere

Questa non è solo la mia storia, ma un frammento di un trauma collettivo che dimostra quanto siamo esposte, persino negli spazi che dovrebbero essere i più sicuri: le strutture sanitarie. Scrivo questo come un atto di resilienza, per nominare la violenza e per reclamare lo spazio che mi è stato tolto.

L’Inizio Silenzioso: Cagliari, 2014

Ero una studentessa universitaria, quando mi sono recata al Pronto Soccorso della Santissima Trinità di Cagliari di una domenica pomeriggio accompagnata dal mio attuale compagno. I dolori al basso ventre erano importanti, il corpo chiedeva attenzione. Dopo un primo screening, venni mandata in ginecologia.

Ricordo bene la dottoressa che, di fronte alla mia sintomatologia, non si limitò a un’indagine medica. Durante gli esami, mi incalzò con domande intrusive e insinuanti, arrivando a teorizzare che l’infiammazione potesse dipendere da un “rifiuto psicologico del partner”. Nonostante avessi negato, insistette. Già in quel momento, il mio corpo, il mio dolore e la mia sfera intima venivano psicologizzati e patologizzati in base a una dinamica di genere preconcetta: se una donna ha problemi ginecologici, forse “non vuole abbastanza il suo uomo”.

Questa prima esperienza, seppur sottile, gettò le basi per una violazione di gran lunga più grave, minando la fiducia nel sistema che avrebbe dovuto proteggermi.

La Chiamata che Ha Infranto la mia Fiducia

Passò circa un anno e mezzo. Ricordo perfettamente quel giorno nuvoloso, l’attesa alla fermata del bus con in mano la mia pennetta USB pronta per stampare la prima tesi di laurea: un momento di speranza e realizzazione.

Poi, la chiamata. Un numero privato.

Dall’altro capo, si presentò una figura che si identificò come il primario di Ginecologia di quel reparto. Iniziò a elencarmi i miei dati anagrafici, la data esatta della visita, il motivo del mio accesso. Confermai, scioccata dalla precisione, considerando il fatto che era un numero privato, ma siccome i dati corrisposero mi limitai a confermare.

L’annuncio arrivò come una pugnalata: avevano scambiato i miei test e risultavo positiva all’HIV.

Ero inerme, il mio battito accelerava, la nausea mi stringeva. Invece di offrire supporto o spiegazioni, il dottore mi incalzava con domande aberranti, sessualmente esplicite e inutili al presunto scopo medico: “È spesso lubrificata o è secca?”, “Si eccita o ha difficoltà?”, “Ha rapporti solo con un partner o più partner?”, “Ogni quanto si masturba?”

Il mio corpo entrò in tilt. Chiusi la chiamata, vomitai. Ero alla fermata del bus, esposta, terrorizzata. Come poteva un primario chiamarmi da un numero privato? E come potevano aver scambiato i miei dati in modo così catastrofico?


La Rivelazione: Un Atto di Violenza di Genere Sistemica

Ciò che ho vissuto non è stato un errore medico, ma un abuso mirato, una violazione della privacy e un palese atto di violenza di genere. La conferma arrivò anni dopo, grazie al coraggio di donne come Noemi de Vitis che raccolsero testimonianze in tutta Italia, che ancora ci tengo a ringraziare.

Il mio racconto si allinea perfettamente a un fenomeno diffuso in migliaia di casi: un sedicente primario che utilizza la stessa procedura (scambio di risultati HIV) per estorcere informazioni sessuali intime e degradanti a giovani donne, sfruttando la paura e l’autorità medica. Cosi rimasi scioccata, capi subito che entrai un sistema ben articolato di vittime. La sensazione fu bruttissima, venni investita di nuovo da quel senso di nausea e inadeguatezza.

Voglio dirvi perché è un Caso di Violenza di Genere:
  1. Sfruttamento della Vulnerabilità Medica: la vittima è aggredita in un momento di massima vulnerabilità (una presunta diagnosi di HIV) e in un luogo di fiducia (l’ospedale).
  2. Sessualizzazione Abusiva: le domande non avevano scopo diagnostico; erano finalizzate unicamente a ottenere piacere sessuale e a umiliare la donna nella sua sfera più privata.
  3. Violazione del Consenso e del Corpo: viene violato il diritto fondamentale alla privacy sanitaria e all’autodeterminazione, riducendo la donna a oggetto di un’indagine morbosa.

Mi sono sentita esposta, in colpa per aver risposto, imbarazzata e, soprattutto, ho avuto paura. Ma oggi, non siamo sole.

La consapevolezza che i nostri dati personali possono essere sottratti persino dai luoghi che dovrebbero garantirci la massima sicurezza è un segnale di allarme sociale. Ma la mia voce, e le voci di tutte le donne coinvolte, hanno trasformato il trauma in azione.

La resilienza non è dimenticare, ma integrare la ferita senza lasciare che essa definisca chi siamo.

Raccontare la nostra storia, in un contesto in cui la narrazione è la nostra arma pedagogica più potente, è il passo fondamentale per riprendere il controllo. Non siamo colpevoli per aver risposto a una chiamata; siamo sopravvissute a un abuso. E ora, possiamo usare la nostra esperienza per proteggere le altre.


La mia narrazione non è solo un ricordo, è la mia via d’uscita e il faro di speranza per molte altre.

Nessuno è esente dalla violenza, per questo delle volte, è necessario esporsi affinché chi verrà dopo e purtroppo – per quanto nessuna di noi lo voglia- ci sarà sempre una prossima, possa sentirsi meno sola e più preparata su come agire.

La Narrazione come Processo Terapeutico

Narrare il proprio atto traumatico non significa semplicemente ricordare, ma rielaborare l’esperienza attraverso il linguaggio. Questo processo svolge diverse funzioni terapeutiche cruciali:

1. Dall’Esperienza Silenziosa alla Parola Integrata (Catarsi)
  • Rompere l’Isolamento: il trauma (specialmente la violenza di genere) prospera nel silenzio e nella vergogna. L’atto di raccontare esternalizza il dolore, lo rende condivisibile e lo strappa all’isolamento interiore. La catarsi avviene quando l’emozione repressa e il ricordo vengono finalmente espressi e validati, alleggerendo il carico psicologico.
  • Organizzare il Caos: l’esperienza traumatica è spesso memorizzata nel cervello in modo frammentato, confuso e privo di sequenza logica (come ho descritto i sentimenti di nausea, shock e confusione). La narrazione sequenziale — descrivendo “prima, poi, dopo” — aiuta il cervello a dare ordine e coerenza al ricordo. Questo trasforma il frammento caotico in una “storia” che, per quanto dolorosa, è conclusa e gestibile. Chi subisce violenza perde il controllo sulla propria esperienza e sul proprio corpo. Raccontare significa riprendere in mano la penna e decidere quali dettagli enfatizzare, come descrivere le emozioni e come si conclude la storia.
3. Riscrivere il Sé e Sviluppare Resilienza
  • Trasformare la Vittima in Sopravvissuta: la narrazione sposta il focus da ciò che è stato perso a ciò che è stato mantenuto e a ciò che è stato imparato. Nel mio racconto, per esempio, naturalmente – l’ho capito grazie alla mia instancabile voglia di formarmi sempre di  più sull’argomento, fino ad essere la mia ragione di vita –  l’atto di chiudere la telefonata è un atto potente di autodeterminazione e limite. La narrazione permette di evidenziare queste “eccezioni” (i momenti di forza e sopravvivenza) e di integrarle nella nuova identità.
  • Progettare il Futuro: la rielaborazione narrativa è essenziale per la fase di progettualità educativa. Una volta integrato il trauma, si può iniziare a narrare una storia futura basata sull’autonomia, sul limite e sulla fiducia (scelta consapevole), non più sulla paura. La narrazione del proprio atto diventa il ponte tra il passato ferito e un Sé più resiliente e consapevole.

In sintesi, la narrazione del proprio atto è un intervento di auto-cura strutturato che trasforma un evento passivo (la violenza subita) in un atto attivo (il racconto) che ripara la ferita e rafforza l’identità futura.

Giada. Pedagogista Clinica

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