salute mentale

L’ Autoregolazione emotiva in adolescenza ed età adulta

Tra tempeste interiori e maturità emotiva L’autoregolazione emotiva è una competenza cruciale per il benessere psicologico, la qualità delle relazioni e la gestione delle sfide quotidiane. Se nell’infanzia si costruiscono le basi, è durante l’adolescenza e l’età adulta che questa capacità viene messa davvero alla prova. In queste fasi, l’individuo affronta cambiamenti biologici, cognitivi e sociali profondi: la ricerca dell’identità, l’autonomia, le relazioni affettive, le pressioni sociali e professionali. Saper riconoscere, modulare e trasformare le emozioni diventa essenziale per vivere con equilibrio. Adolescenza: emozioni in alta intensità L’adolescenza è una fase di riorganizzazione neurobiologica e identitaria. Il cervello emotivo (sistema limbico) è più attivo del cervello razionale (corteccia prefrontale), che si sviluppa completamente solo verso i 25 anni. Caratteristiche emotive dell’adolescente Emozioni intense e polarizzate (rabbia, vergogna, euforia, ansia). Ricerca di gratificazione immediata e stimoli nuovi. Difficoltà nel controllo degli impulsi e nella pianificazione. Basi neurocognitive Sistema limbico iperattivo: l’amigdala e altre strutture emotive sono molto reattive agli stimoli, generando risposte intense e rapide. Corteccia prefrontale immatura: l’area deputata al controllo, alla pianificazione e alla riflessione è ancora in fase di sviluppo, con una connettività ridotta tra le aree razionali ed emotive. Regolazione implicita vs esplicita: Implicita: automatica, istintiva, legata al sistema limbico. Esplicita: consapevole, riflessiva, mediata dalla corteccia prefrontale. Questa asimmetria tra reattività emotiva e capacità di controllo spiega la tendenza degli adolescenti alla ricerca del rischio, alla drammatizzazione e alla difficoltà nel gestire frustrazioni e delusioni. Dinamiche emotive tipiche Intensità e polarizzazione: emozioni vissute in modo estremo, spesso senza sfumature. Sensibilità sociale: forte bisogno di approvazione, vulnerabilità al giudizio e alle dinamiche di gruppo. Ricerca di gratificazione: il cervello adolescente risponde più intensamente alle ricompense, soprattutto sociali. Oscillazioni motivazionali: alternanza tra entusiasmo e apatia, legata alla variabilità della dopamina.  Fattori che influenzano la regolazione emotiva Contesto familiare La presenza di adulti sensibili e responsivi favorisce lo sviluppo della regolazione emotiva attraverso il rispecchiamento e l’accudimento. Genitori che negano o banalizzano le emozioni ostacolano la capacità del giovane di riconoscerle e gestirle.  Relazioni sociali Le interazioni con pari sono fondamentali per sperimentare, fallire e apprendere. Il confronto sociale può essere fonte di crescita, ma anche di stress e insicurezza. Stimoli educativi e ambientali Attività che promuovono la riflessione, la creatività e la consapevolezza (arte, sport, mindfulness) aiutano a costruire strategie di regolazione. L’ambiente scolastico può essere un luogo di apprendimento emotivo, se supportato da figure educative competenti.    Strategie per potenziare l’autoregolazione Educazione emotiva: insegnare a riconoscere, nominare e comprendere le emozioni. Tecniche di coping: respirazione, visualizzazione, journaling. Dialogo aperto: creare spazi di confronto dove l’adolescente possa esprimersi senza timore. Modelli positivi: adulti che mostrano come gestire le emozioni in modo sano.    Conclusione L’autoregolazione emotiva in adolescenza è un processo complesso, influenzato da fattori biologici, relazionali e ambientali. Non si tratta solo di “controllare” le emozioni, ma di imparare a viverle, comprenderle e trasformarle. Investire in questa competenza significa offrire agli adolescenti gli strumenti per affrontare la vita con maggiore resilienza, empatia e autonomia.   Autoregolazione emotiva in età adulta: equilibrio, consapevolezza e resilienza L’età adulta è spesso associata a una maggiore stabilità emotiva rispetto all’adolescenza, ma la realtà è più sfumata. Le emozioni continuano a essere potenti e complesse, e la capacità di gestirle in modo sano è fondamentale per il benessere personale, relazionale e professionale. ? Le basi neuropsicologiche Corteccia prefrontale matura: consente una migliore pianificazione, controllo degli impulsi e riflessione sulle emozioni. Integrazione tra emozione e cognizione: gli adulti sono più capaci di mentalizzare, cioè di dare significato ai propri stati interni. Plasticità emotiva: anche in età adulta, il cervello può apprendere nuove strategie di regolazione grazie alla neuroplasticità.   Modello processuale di James Gross Secondo Gross (1998), la regolazione emotiva si articola in cinque fasi: Fase Descrizione Selezione della situazione Evitare o cercare contesti che generano certe emozioni Modifica della situazione Cambiare attivamente l’ambiente per influenzare l’esperienza emotiva Distribuzione dell’attenzione Focalizzarsi su aspetti positivi o neutri della situazione Cambiamento cognitivo Riformulare mentalmente l’evento (reframing) Modulazione della risposta Regolare l’espressione emotiva (es. respirazione, tono di voce, postura) Queste strategie possono essere applicate prima o dopo l’insorgenza dell’emozione, e sono fo?? Sfide emotive dell’età adulta Pressioni sociali e lavorative: scadenze, responsabilità, aspettative. Relazioni complesse: coppia, genitorialità, amicizie, dinamiche familiari. Transizioni di vita: cambiamenti professionali, lutti, separazioni, crisi esistenziali. Confronto sociale: amplificato dai social media, può generare insicurezza e perfezionismo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Secondo Picardi Studio, i giovani adulti (18–30 anni) sono particolarmente vulnerabili a stati emotivi disfunzionali come ansia, rabbia e senso di vuoto, soprattutto se mancano strumenti di autoregolazione. Fattori che influenzano la regolazione emotiva Stili di attaccamento (Bowlby, Ainsworth): Sicuro: favorisce fiducia e regolazione efficace. Insicuro-ambivalente: genera instabilità emotiva. Evitante: porta alla repressione emotiva. Disorganizzato: associato a esperienze traumatiche e regolazione instabile. Abitudini quotidiane: Sonno, alimentazione, attività fisica influenzano direttamente la stabilità emotiva. Routine sane favoriscono la resilienza e la capacità di affrontare lo stress. Supporto relazionale: Relazioni empatiche e sicure fungono da “regolatori esterni” delle emozioni. La solitudine cronica può compromettere la capacità di autoregolazione. Strategie per migliorare la regolazione emotiva Mindfulness e meditazione: aumentano la consapevolezza e riducono la reattività. Terapia psicodinamica o

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L’autoregolazione emotiva dai 0-6 anni

Autoregolazione emotiva L’autoregolazione emotiva è la capacità di modulare le proprie reazioni emotive in modo flessibile e adattivo. Non si tratta di reprimere ciò che si sente, ma di imparare a navigare le emozioni con consapevolezza, equilibrio e rispetto per sé e per gli altri. Durante l’età prescolare, il bambino inizia a dare un nome alle emozioni e a cercare strategie rudimentali per affrontarle. Nell’età scolare, queste strategie si affinano: il pensiero si fa più riflessivo, l’empatia si sviluppa, e la regolazione emotiva diventa sempre più autonoma. Educare all’autoregolazione in queste fasi significa offrire strumenti, modelli e spazi sicuri per esplorare il mondo emotivo. È un lavoro delicato, ma fondamentale, che getta le basi per il benessere psicologico, le relazioni future e persino il successo scolastico. In questo articolo esploreremo come si sviluppa l’autoregolazione emotiva tra i 3 e i 12 anni, quali sono le tappe principali, e come adulti—genitori, insegnanti, educatori—possiamo accompagnare i bambini in questo viaggio affascinante dentro sé stessi. ? Infanzia (0–6 anni): le basi della regolazione Nei primi anni di vita, il bambino dipende fortemente dall’adulto per regolare le proprie emozioni. Il caregiver funge da “regolatore esterno”, offrendo contenimento, conforto e modelli di risposta. Regolazione eterogestita: il bambino non sa ancora calmarsi da solo. Ruolo dell’attaccamento: relazioni sicure favoriscono lo sviluppo della fiducia emotiva. Strategie emergenti: succhiare il pollice, cercare il contatto, usare oggetti transizionali.  Le fasi evolutive dell’autoregolazione emotiva Secondo la prospettiva di Claire Kopp (1982), l’autoregolazione emotiva si sviluppa per fasi, ciascuna con caratteristiche specifiche: Modulazione neurofisiologica (0–3 mesi) Il neonato usa riflessi come il pianto o la suzione per calmarsi. Il caregiver è fondamentale per contenere e regolare gli stati emotivi. Modulazione senso-motoria (3–12 mesi) Il bambino inizia a orientare l’attenzione verso stimoli nuovi per distrarsi da emozioni negative. La regolazione avviene ancora in modo inconsapevole. Controllo (12–18 mesi) Emergono le prime forme di inibizione del comportamento. Il bambino inizia a distinguere ciò che è accettabile da ciò che è proibito. Autocontrollo (2–3 anni) Il bambino interiorizza le regole e inizia a regolare il comportamento in modo autonomo. Si sviluppa la consapevolezza del sé come distinto dagli altri.  Curiosità pedagogiche Il disegno come strumento di regolazione Disegnare le emozioni aiuta i bambini a esprimere ciò che non riescono a verbalizzare. È una tecnica utile per lavorare su sentimenti complessi. La tecnica dell’ABC Aiuta i bambini a collegare eventi, pensieri ed emozioni. Ad esempio: A = Evento (ho perso il mio giocattolo) B = Pensiero (non lo ritroverò mai) C = Emozione (tristezza, rabbia) Il ruolo della co-regolazione Nei primi anni, il bambino non può autoregolarsi da solo. L’adulto funge da “regolatore esterno”, offrendo contenimento e modelli di risposta. L’importanza della routine Routine prevedibili (sonno, pasti, gioco) aiutano il bambino a sentirsi sicuro e a regolare meglio le emozioni. Strategie educative efficaci Offrire nomi alle emozioni (“Sei arrabbiato perché il gioco è finito?”) Usare storie e personaggi per esplorare i sentimenti Proporre attività di rilassamento (respirazione, yoga per bambini) Modellare comportamenti regolati: i bambini imparano osservando  Educare in questa fase significa offrire co-regolazione, accoglienza e prevedibilità. Il bambino inizia a riconoscere le emozioni, nominarle e sperimentare strategie di regolazione più autonome. Sviluppo del linguaggio emotivo: parlare delle emozioni aiuta a elaborarle. Controllo degli impulsi: si affina grazie all’interazione sociale e alle regole. Tecniche di autoregolazione: respirazione, gioco simbolico, narrazione. L’adulto diventa un facilitatore: propone strumenti, modella comportamenti e incoraggia la riflessione. Durante l’età prescolare (3–6 anni) e scolare (6–12 anni), i bambini compiono passi fondamentali verso l’autonomia emotiva. In queste fasi, il cervello si sviluppa rapidamente, soprattutto nelle aree prefrontali, e il bambino inizia a comprendere meglio le emozioni, a verbalizzarle e a gestirle in modo più consapevole. Età prescolare: il tempo delle emozioni “esplosive”. In questa fase, i bambini: Riconoscono le emozioni ma faticano a gestirle. Usano il linguaggio emotivo in modo rudimentale (“sono triste”, “sei cattivo”). Sperimentano la frustrazione quando non ottengono ciò che vogliono. Imitano gli adulti per apprendere strategie di regolazione.  Tips educativi Routine emotiva: crea momenti fissi per parlare delle emozioni (es. “Come ti sei sentito oggi?”). Gioco simbolico: usa pupazzi o storie per rappresentare emozioni e soluzioni. Zona calma: uno spazio fisico dove il bambino può ritirarsi per calmarsi (con cuscini, libri, oggetti rassicuranti). Etichette emotive: usa immagini o carte con volti ed emozioni per aiutare il bambino a identificarle.  Secondo gli esperti Erickson, in questa fase è fondamentale il ruolo dell’adulto come “co-regolatore”, che offre contenimento e modella risposte emotive. ? Età scolare: verso la regolazione autonoma A partire dai 6 anni, i bambini: Comprendono le cause delle emozioni e iniziano a collegarle a pensieri e situazioni. Sviluppano l’empatia e la capacità di mettersi nei panni degli altri. Iniziano a usare strategie cognitive per calmarsi (es. pensare a qualcosa di bello, contare fino a 10).  Tips educative Mindfulness per bambini: esercizi di respirazione, visualizzazioni guidate, yoga. Diario emotivo: incoraggia il bambino a scrivere o disegnare ciò che prova. Tecnica del semaforo: rosso = fermati, giallo = rifletti, verde = agisci con calma. Problem solving emotivo: insegna a riconoscere il problema, pensare a soluzioni e scegliere la più adatta. Secondo State of Mind, la regolazione emotiva in questa fase è un fattore protettivo contro ansia, aggressività e difficoltà relazionali.  Curiosità I bambini che imparano a regolare le emozioni hanno migliori risultati scolastici, relazioni più stabili e minore rischio di sviluppare disturbi psicologici. La capacità di distrarsi da uno stimolo negativo (es. guardare altrove, cambiare attività) è una delle prime strategie di autoregolazione che si sviluppa già dai 4 mesi. I bambini non imparano a calmarsi da soli: hanno bisogno di adulti che li aiutino a “metabolizzare” le emozioni attraverso l’ascolto e la presenza. Conclusione: seminare emozioni, coltivare equilibrio.  L’autoregolazione emotiva non è una meta da raggiungere, ma un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, attraverso esperienze, relazioni e piccoli gesti quotidiani. Nell’età prescolare e scolare, ogni emozione è un’occasione di apprendimento, ogni crisi un’opportunità di crescita. Accompagnare i bambini in questo cammino significa offrire ascolto, pazienza

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Il Pedagogista Clinico

Il pedagogista clinico è una figura professionale altamente specializzata che opera nell’ambito dell’educazione e dello sviluppo umano, con un approccio centrato sulla persona e sulle sue potenzialità. Vediamo nel dettaglio chi è, cosa fa, dove lavora e a chi si rivolge. Chi è il pedagogista clinico • È un laureato in pedagogia o scienze dell’educazione, con una specializzazione post-laurea in pedagogia clinica. • È riconosciuto da associazioni professionali come ANPEC (Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici) e SINPE, che ne certificano la formazione e l’adesione a un codice etico. • Opera secondo i principi della pedagogia clinica, una disciplina autonoma che integra pedagogia, psicologia, sociologia e antropologia. Di cosa si occupa? Promuove lo sviluppo personale e relazionale dell’individuo, aiutandolo a superare difficoltà educative, comunicative o comportamentali. Utilizza valutazioni pedagogico-cliniche e tecniche educative per favorire il cambiamento positivo, senza concentrarsi su disturbi o patologie. Lavora con un approccio egodinamico, che considera l’essere umano nella sua interezza e complessità. Può svolgere attività di: consulenza educativa, sostegno alla genitorialità; interventi individuali e di gruppo; ricerca e divulgazione. scientifica. Ambiti di intervento Scuole e istituti educativi: supporto a studenti con difficoltà di apprendimento o relazionali. Studi privati e centri clinici: consulenze personalizzate per bambini, adolescenti e adulti. Servizi sociali e sanitari: collaborazione con psicologi, medici, assistenti sociali. Formazione professionale: corsi per insegnanti, educatori, genitori. Margini dell’utenza Il pedagogista clinico si rivolge a: bambini: con difficoltà scolastiche e  disturbi del comportamento; adolescenti: con problemi relazionali, orientamento scolastico; adulti: in fase di crescita personale e crisi,  gestione emotiva, problemi di coppia, violenza all’interno del nucleo di coppia o familiare; famiglie: supporto alla genitorialità, mediazione educativa; anziani:  stimolazione cognitiva, supporto relazionale. La metodologia del pedagogista clinico si distingue per un approccio globale, creativo e non medicalizzante, centrato sulla persona e sulle sue potenzialità. Ecco i suoi tratti principali: Principi metodologici fondamentali • Centralità della persona: ogni intervento è personalizzato, basato sull’unicità dell’individuo e sul rispetto della sua storia, emozioni e desideri. • Osservazione qualitativa: si evita l’uso di misurazioni standardizzate (scale, test quantitativi), preferendo l’analisi qualitativa dei comportamenti, delle attitudini e delle risorse personali. • Studio dinamico: il pedagogista clinico non si limita a classificare i bisogni, ma esplora i percorsi evolutivi della persona per favorire un cambiamento positivo. • Metodo egodinamico: si lavora sulla consapevolezza di sé, sull’autonomia e sulla capacità di progettare il proprio cammino, promuovendo fiducia e benessere. ? Tecniche e strumenti utilizzati • PAD (Potenzialità, Abilità, Disponibilità): una metodologia esclusiva per valutare le risorse personali senza etichettare o diagnosticare. • Tecniche espressive e corporee: come il disegno, il movimento, la scrittura creativa, per facilitare l’emersione di vissuti e potenzialità. • Dialogo educativo: lo scambio verbale è empatico e non giudicante, volto a creare un clima affettivo favorevole all’apprendimento e alla crescita. • Strumentari protetti: il pedagogista clinico utilizza strumenti brevettati e specifici, sviluppati da enti come ISFAR, per garantire scientificità e coerenza metodologica. Obiettivi dell’intervento • Favorire l’autonomia personale • Sviluppare competenze relazionali ed emotive • Prevenire o superare disagi educativi e sociali • Promuovere la conoscenza di sé e la progettualità Vediamo alcuni esempi che il pedagogista clinico andrà a trattare. Caso: Mattia, (nome di fantasia) bambino con difficoltà di attenzione e iperattività Fase 1: Colloquio anamnestico e osservazione • Il pedagogista clinico incontra i genitori di Mattia per raccogliere informazioni sul suo sviluppo, comportamento e contesto familiare. • Osserva Mattia in situazioni quotidiane e scolastiche, senza utilizzare test standardizzati, ma strumenti pedagogici protetti.  Fase 2: Analisi dei bisogni e progettazione • Viene elaborato un progetto pedagogico individualizzato, centrato sulle potenzialità di Mattia. • Si definiscono obiettivi come: • migliorare la capacità di concentrazione; • ridurre l’impulsività; • favorire l’autoregolazione emotiva. Fase 3: Intervento educativo • Si utilizzano tecniche espressive come: • disegno simbolico per esplorare emozioni; • giochi di ruolo per sviluppare autocontrollo; • attività motorie per canalizzare l’energia; • il pedagogista lavora anche con i genitori, offrendo supporto alla genitorialità e strategie educative. Fase 4: Monitoraggio e verifica • L’intervento viene adattato nel tempo in base ai progressi di Mattia. • Si osservano miglioramenti nella gestione dell’attenzione e nella relazione con i compagni. Caso: Martina (nome di fantasia), 15 anni – crisi di rabbia e comportamenti oppositivi Fase 1: Accoglienza e osservazione • Martina viene accompagnata dai genitori, preoccupati per frequenti scatti d’ira, litigi con insegnanti e isolamento sociale. • Il pedagogista clinico avvia un colloquio anamnestico con la famiglia, raccogliendo informazioni sul contesto scolastico, relazionale e familiare. • Osserva Martina in attività non strutturate, rilevando tensione emotiva, difficoltà nella verbalizzazione e bassa autostima.  Fase 2: Progetto pedagogico individualizzato • Obiettivi: • favorire la consapevolezza emotiva; • sviluppare strategie di autoregolazione; • potenziare la comunicazione assertiva; • il progetto si basa su tecniche egodinamiche e strumenti pedagogici protetti, evitando etichette diagnostiche.  Fase 3: Intervento educativo • Tecniche espressive: • scrittura autobiografica e disegno simbolico per esplorare vissuti di rabbia e frustrazione; • attività corporee; • esercizi di rilassamento e movimento ritmico per favorire il controllo degli impulsi. • Dialogo educativo: • conversazioni guidate per riconoscere i segnali della rabbia e costruire alternative comportamentali; • simulazioni relazionali; • giochi di ruolo per esercitare risposte assertive in situazioni conflittuali. Fase 4: Coinvolgimento familiare • Incontri con i genitori per migliorare la comunicazione e offrire strumenti educativi coerenti. • Si lavora sul riconoscimento delle emozioni e sulla gestione dei conflitti in famiglia. Fase 5: Verifica e adattamento Dopo 3 mesi, Martina mostra maggiore capacità di riflettere prima di agire, riduzione delle crisi e miglioramento delle relazioni scolastiche. Il progetto viene aggiornato per consolidare i progressi e affrontare nuove sfide. Caso: Luca (nome di fantasia) 30 anni – “Non so cosa fare della mia vita” Fase 1: Accoglienza e ascolto • Luca si presenta con un forte senso di vuoto progettuale, nonostante una laurea e un curriculum brillante. • Riferisce apatia, insoddisfazione, indecisione cronica e difficoltà relazionali. • Il pedagogista clinico accoglie Luca in uno spazio non giudicante, dove può esprimere il suo disagio senza etichette patologiche. Fase 2: Analisi pedagogico-clinica • Si esplorano le

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Intelligenza Emotiva

Come si sviluppa l’intelligenza emotiva nei bambini: guida pratica per genitori e professionisti dell’educazione. Introduzione L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri. Non è innata, ma si costruisce giorno dopo giorno, attraverso le relazioni, le esperienze e l’ambiente educativo. In un mondo che corre veloce, educare all’intelligenza emotiva è un atto rivoluzionario. Le prime tappe: emozioni primarie e riconoscimento Nei primi anni di vita, i bambini sperimentano emozioni intense ma non sanno ancora nominarle. Piangono, ridono, si arrabbiano… ma cosa significa tutto questo? • Dai 0 ai 2 anni: il bambino vive emozioni come gioia, rabbia, paura, tristezza. L’adulto è il suo “specchio emotivo”. • Dai 2 ai 4 anni: inizia a riconoscere le emozioni negli altri, soprattutto attraverso il volto e la voce. • Dai 4 anni in poi: può iniziare a dare un nome alle emozioni e a comprendere che si possono provare più emozioni contemporaneamente. Consiglio pratico: usa libri illustrati, giochi di ruolo e domande aperte (“Come ti sei sentito quando…?”) per aiutare il bambino a dare un nome alle emozioni. ?L’importanza del linguaggio emotivo. Il linguaggio è lo strumento che permette di trasformare l’emozione in pensiero. Un bambino che sa dire “sono frustrato” invece di urlare o picchiare ha già fatto un grande passo. • Parla delle emozioni ogni giorno, anche quando tutto va bene. • Evita di giudicare (“Non devi essere triste”) e preferisci accogliere (“Capisco che sei triste, vuoi parlarne?”). • Usa storie, favole e film per riflettere insieme sui sentimenti dei personaggi. Attività suggerita: crea una “ruota delle emozioni” con il bambino, da usare ogni sera per raccontare la giornata. Regolazione emotiva: il cuore dell’intelligenza emotiva Riconoscere un’emozione è il primo passo. Il secondo è gestirla. Questo non significa reprimerla, ma imparare a viverla in modo sano. • Insegna tecniche di respirazione e rilassamento. • Offri uno spazio sicuro per esprimere rabbia o tristezza (una “zona calma” in casa o in classe). • Dai il buon esempio: i bambini imparano osservando come gli adulti gestiscono le proprie emozioni. Esercizio utile: quando il bambino è arrabbiato, proponi di disegnare la sua rabbia, darle un nome e poi “trasformarla” in qualcosa di positivo. Empatia e relazioni L’intelligenza emotiva non è solo personale: è anche sociale. Un bambino empatico sa mettersi nei panni dell’altro, comprendere i suoi sentimenti e agire con rispetto. • Favorisci il gioco cooperativo e le attività di gruppo. • Parla di emozioni anche quando si verificano conflitti (“Come pensi che si sia sentito l’altro?”). • Celebra i gesti gentili e altruisti. Gioco da provare: “Se fossi…” — chiedi al bambino di immaginare come si sentirebbe in situazioni diverse (“Se fossi un compagno escluso dal gioco, come ti sentiresti?”). Conclusione: educare all’intelligenza emotiva è un dono. L’intelligenza emotiva è una competenza fondamentale per la vita. Aiuta i bambini a costruire relazioni sane, affrontare le sfide, sviluppare resilienza e vivere con maggiore consapevolezza. E la buona notizia? Si può coltivare ogni giorno, con piccoli gesti, parole gentili e tanta presenza. Ps: prova a seguire con costanza queste piccole tips e fammi sapere se funzionano. ? Giada. Pedagogista clinica Piccola bibliografia e sitografia Goleman, D. (1997). Intelligenza emotiva. Milano: Rizzoli. Gottman, J., & Declaire, J. (2000). Intelligenza emotiva per un figlio. Milano: BUR Saggi. Elias, M. J., Tobias, S., & Friedlander, B. S. (2000). L’arte di educare con intelligenza emotiva. Roma: Newton & Compton. Lantieri, L. (2008). Costruire l’intelligenza emotiva. Milano: Mondadori. Denham, S. A. (2007). Lo sviluppo emotivo nei bambini. (Edizione italiana disponibile). 6. Filliozat, I. (2012). Le emozioni dei bambini. Milano: Piemme. Bibliografia tematica sull’intelligenza emotiva – IntelligenzaEmotiva.it Una raccolta ampia di testi dedicati all’educazione emotiva in famiglia, a scuola e nei contesti clinici. I migliori libri sullo sviluppo emotivo nei bambini – NotizieScientifiche.it Una selezione aggiornata di testi utili per genitori, insegnanti e professionisti dell’infanzia.  

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