Anime di Cemento
Era il 2014 quando sono entrata in carcere per la prima volta, quando conobbi ancora per poco il carcere di Buoncammino a Cagliari. È lì che ebbi una sensazione che non credo potrò dimenticare: la sensazione che stessi oltrepassando una dimensione, che fossi e stessi traghettando le anime attraverso l’Acheronte, il “fiume del dolore”, da una sponda all’altra. Le due sponde del fiume non hanno nomi propri distinti: sono semplicemente le rive dell’Acheronte, il confine tra il mondo dei vivi e l’ingresso nell’Ade. Ecco, questo è il carcere: un luogo sospeso di anime fluttuanti, trattate solo come corpi numerici. Ebbi la sensazione spiacevole che sarebbe stato difficile respirare un’aria più serena, più nitida e meno densa di muffa e umidità, che ti riempie le cavità nasali. Mi sono subito chiesta: cosa posso fare io qui per loro? Sì, perché non siamo noi: sono gli altri, tutti gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta e allora devono transitare e sperare. Ma sperare cosa? Di non impazzire? Di non essere oggetto di violenza? Di non ammalarsi? Di non aver bisogno di psicofarmaci per dormire e badare alle oscillazioni dell’umore? Oppure sperare che chi lavora lì per loro — dalla direzione al personale medico, psicologico ed educativo — investa su di loro con dei progetti, probation, o anche solo attività lavorative, ricreative, sportive, laboratoriali? E se questo non fosse possibile? O meglio, se le istituzioni, il Ministero della Giustizia (DAP), se lo fossero un po’ dimenticato? Andiamo alla realtà dei dati: la realtà è chiara e brutale, e chi la vive lo sa molto bene, ma comunque per correttezza e metodo è sempre bene spiegare i dati. Nel 2024 il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha gestito 3,3 miliardi di euro, ma la ripartizione interna delle risorse mostra un forte squilibrio: oltre il 62% dei fondi è destinato alla sicurezza (Polizia Penitenziaria), mentre solo il 9,5% sostiene le attività di accoglienza, trattamento e reinserimento. Le quote rimanenti finanziano servizi tecnici, logistica e personale amministrativo, lasciando margini minimi per infrastrutture, manutenzioni e innovazione. Questa distribuzione contribuisce a consolidare criticità strutturali già note. Il sovraffollamento resta una delle emergenze più gravi: più di 10.000 detenuti oltre la capienza regolamentare e un tasso di affollamento che supera il 120%, con ricadute dirette sulla sicurezza, sulla salute e sulla qualità del trattamento. Parallelamente, il sottofinanziamento del trattamento riduce le possibilità di intervento educativo e riabilitativo, mentre il costo pro capite per detenuto diminuisce nonostante l’aumento della popolazione detenuta, comprimendo ulteriormente i servizi. Sul fronte delle infrastrutture, i progetti di edilizia penitenziaria avviati oltre un decennio fa risultano ancora incompleti, ostacolati da ritardi amministrativi, frammentazione delle competenze e scarsa coordinazione tra Ministeri. A ciò si aggiunge l’impatto sul personale: educatori, assistenti sociali, psicologi e funzionari giuridici pedagogici operano con carichi di lavoro insostenibili, risorse limitate e assenza di supervisione psicologica, con un aumento evidente di burnout e abbandoni. In sintesi, i dati confermano un sistema che investe principalmente nella sicurezza, mentre trattamento, reinserimento e infrastrutture restano marginali, aggravando le condizioni di vita detentiva e le difficoltà degli operatori. Le criticità rilevate da Antigone e dalla Corte dei conti delineano un quadro che richiede interventi strutturali e una revisione delle priorità di spesa. Quando trasferirono i detenuti da Buoncammino al carcere di Uta, capii subito che non sarebbe stato un grande miglioramento, sia in termini strutturali che sociali. Intanto, non si potevano più affacciare a vedere una delle viste più belle della città di Cagliari. Dalla loro altezza si poteva anche vedere il mare, l’orizzonte, e poi non avrebbero più visto i parenti o gli amici che si mettevano sul lato opposto della strada per chiamarli o cantare loro qualche canzone: mi è capitato di vederlo, e mi regalava sempre un timido sorriso. Per non parlare del fatto che Uta, nonostante fosse una nuova struttura, appena pioveva si allagava: anche a livello strutturale era evidente che c’erano dei problemi. Ma non solo, perché a Uta erano completamente isolati da qualsiasi forma di vita. Solo cemento, muri, cancelli, poca o nulla comunicazione, elemento che ovviamente avrebbe aumentato ancora di più il senso di vuoto. Un vuoto che, esasperandosi, come nel caso del detenuto di 32 anni, si è epilogato con la sua morte per suicidio. Ricordo che diverse volte le guardie ci impedirono di entrare perché era accaduto qualcosa di spiacevole come questo. E con le colleghe tornavamo verso Cagliari in silenzio, con l’amaro in bocca, scoprendo poi, magari, che quel detenuto o detenuta veniva volentieri il giovedì alle 16:00 all’ora del colloquio. E rimanevi stanca, afflitta, sconfitta. Questo è stato il carcere per me che lo vivevo quattro ore la settimana, un pomeriggio a settimana: immaginate per chi lo vive 24 ore su 24. La sensazione di afflizione che si prova in carcere nel non riuscire neanche a fare una chiacchierata con il detenuto mi è tornata ferocemente alla mente quando è avvenuto il suicidio dell’educatore nella Casa Circondariale di Cremona nel 2025. È un episodio che, come altri, mi ha ricordato come tutto il sistema carcerario e penitenziario viva il lavoro quasi come una violenza. Il livello di stress emotivo è talmente alto che si sostituisce a te come persona — una persona che teoricamente dovrebbe avere una vita privata oltre il lavoro. Invece il burnout è così forte e la solitudine così schiacciante che alcuni operatori dell’area medica, psicologica ed educativa cedono. Persino loro, quelli a cui viene chiesto di sorreggere l’intero sistema. È chiaro che c’è qualcosa che non va. Allora, se tutti soffrono, cosa manca? Cosa si può fare, mi chiedo da cittadina comune e da professionista? Quando anche il personale crolla è perché il carico di lavoro è troppo gravoso, in termini di responsabilità ma anche di competenze; così la tensione emotiva diventa costante. Spesso agenti di Polizia Penitenziaria, volontari ed educatori si trovano a gestire situazioni psichiatriche complesse senza gli strumenti adeguati, facendosi carico di un peso emotivo enorme. Quando il contesto è privo di speranza, l’ambiente diventa tossico per chiunque. Il burnout
