Giada Moi

Chi sono? Sono una pedagogista clinica con una formazione multidisciplinare che integra aspetti educativi, psicologici e sociali. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze dell’educazione e della formazione, ho proseguito il mio percorso con una laurea magistrale in Scienze pedagogiche e dei servizi educativi, specializzandomi nella progettazione e nel coordinamento di interventi educativi. La mia passione per l’ascolto e l’accompagnamento delle persone mi ha portata a completare un master biennale in pedagogia clinica ad orientamento bio-psico-sociale, che mi ha fornito strumenti avanzati per svolgere attività consulenziali rivolte a bambini, adolescenti, adulti, coppie, famiglie e contesti scolastici e sanitari. In questo blog condivido riflessioni, strumenti e pratiche pedagogiche per promuovere il benessere educativo e relazionale. Credo profondamente nel potere trasformativo della relazione educativa e nella possibilità di crescita che ogni persona porta con sé.

Stereotipi di Genere: Un Peso Collettivo e un Invito alla Consapevolezza

Introduzione Gli stereotipi di genere rappresentano un insieme di credenze rigide e semplificate su come dovrebbero essere e agire uomini e donne, influenzando profondamente la nostra vita personale, le relazioni interpersonali e le strutture sociali. Da una prospettiva clinico-pedagogica, è fondamentale analizzare questi costrutti culturali per comprenderne l’impatto sulla salute emotiva e sullo sviluppo individuale. Cosa Sono e la Loro Storia Gli stereotipi di genere sono generalizzazioni cognitive che associano a ciascun sesso biologico una serie di tratti caratteriali, ruoli sociali e comportamenti. Ad esempio, gli uomini sono spesso stereotipati come forti, razionali e orientati al successo, mentre le donne come emotive, accudenti e orientate alla famiglia. Storicamente, gli stereotipi affondano le radici in strutture patriarcali e nella divisione del lavoro basata sulla forza fisica e sui ruoli riproduttivi. Nel tempo, questi modelli, pur non avendo più una base funzionale nelle società moderne, sono stati interiorizzati e perpetuati attraverso: Socializzazione primaria: la famiglia e la scuola trasmettono aspettative di genere fin dalla prima infanzia (es. giocattoli, colori). Cultura e Media: film, pubblicità e mass media ripropongono costantemente immagini stereotipate che fungono da “copioni” comportamentali. Istituzioni: le leggi e le pratiche lavorative hanno spesso rinforzato ruoli separati, creando disuguaglianze strutturali. Risvolto Sociale e Personale: La Mascolinità Precariamente Rigida L’adesione a questi stereotipi comporta un costo elevato per tutti gli individui, agendo come una gabbia invisibile che limita l’espressione autentica del sé. Il Prezzo per gli Uomini Paradossalmente, gli stereotipi sulla mascolinità egemone – che impongono forza, invulnerabilità emotiva, dominio e assunzione di rischio – si rivelano dannosi in primis per gli uomini stessi. Danno Emotivo e Psicologico: l’imperativo di “non mostrare fragilità” o “non essere una femminuccia” impedisce agli uomini di riconoscere, verbalizzare e condividere le proprie emozioni e vulnerabilità. Questo meccanismo, non insegnato e spesso stigmatizzato socialmente, può portare a: maggiore disagio psicologico non espresso o non trattato; tassi più elevati di comportamenti a rischio (abuso di alcol, fumo, attività spericolate) come meccanismi di coping disfunzionali per dimostrare virilità; ricerche di psicologia, come quelle sulla “mascolinità precaria” (il bisogno costante di guadagnare e difendere lo status di uomo), hanno evidenziato che in contesti altamente stereotipati, gli uomini tendono ad avere una aspettativa di vita più bassa a causa di queste abitudini dannose e della ridotta ricerca di aiuto medico/psicologico (Rif. Studio pubblicato su Psychology of Men & Masculinities). Rinuncia alla Libertà per Mantenere lo Status Quo: un aspetto cruciale è che molti uomini scelgono di non mettere in discussione il proprio ruolo. L’abbandono della posizione di dominanza (anche se scomoda sul piano personale) viene percepito come una minaccia al proprio status sociale e ai privilegi impliciti. Il prezzo di sentirsi più liberi, empatici o emotivi, è spesso ritenuto troppo alto rispetto alla paura di essere emarginati o etichettati negativamente dalla propria cerchia sociale maschile. Tale inerzia rafforza il sistema, sebbene a discapito della piena realizzazione personale. Il Costo Sociale: La Subordinazione Femminile Nonostante il dolore nascosto della mascolinità rigida, il prezzo più caro, in termini sociali e di sicurezza, è pagato dalle donne. I dati e le ricerche scientifiche in sociologia e criminologia non lasciano dubbi sulla correlazione tra stereotipi e violenza di genere. Violenza e Dominio: gli stereotipi che idealizzano la donna come oggetto sessuale/romantico o come proprietà dell’uomo, legittimano un senso di diritto e controllo maschile sulla sfera privata e sessuale femminile. L’Istat e altre indagini internazionali indicano una chiara interrelazione tra stereotipi di genere e la persistenza della violenza contro le donne. Affermazioni stereotipate (es. “la donna provocava con il modo di vestire”, “la gelosia è un modo per dimostrare amore”) tendono a minimizzare, giustificare o colpevolizzare la vittima in casi di violenza sessuale o domestica. La persistenza di modelli come il sessismo ambivalente (che combina atteggiamenti ostili e “benevoli” ma paternalistici) contribuisce a mantenere una strutturale disuguaglianza di potere che sfocia nella violenza fisica, psicologica ed economica. Disparità Economica e Professionale: la segregazione occupazionale e il divario retributivo di genere (Gender Pay Gap), che vede le donne guadagnare in media di meno anche a parità di mansione, sono una diretta conseguenza degli stereotipi che relegano le donne a ruoli di cura o ritengono gli uomini “naturalmente” più adatti a posizioni di leadership (Rif. Dati Eurostat/Istat). Strategie Pedagogiche per la Decostruzione degli Stereotipi di Genere L’approccio clinico-pedagogico mira a promuovere la consapevolezza critica e l’alfabetizzazione emotiva fin dalla prima infanzia, intervenendo sia sulla dimensione individuale (il Sé) sia su quella collettiva (le relazioni). 1. Pedagogia Riflessiva di Genere e Decostruzione Questa strategia si concentra sulla messa in discussione delle norme implicite. Analisi dei Materiali Didattici e Mediatici: si lavora con studenti e studentesse (ma anche con gli adulti educatori) per identificare e criticare la rappresentazione di genere in libri, pubblicità, film e social media. Questo include il monitoraggio del linguaggio (es. l’uso del maschile generico) per riconoscere il potere che le parole hanno nel plasmare la realtà. Discussione e Debriefing Collettivo: utilizzare attività come il role-playing o lo studio di casi per esplorare situazioni che sfidano gli stereotipi. Il dibattito guidato aiuta a rendere espliciti i pregiudizi inconsapevoli e a sviluppare l’empatia verso esperienze di vita diverse dalla propria. Tecnica dello Specchio: (soprattutto con i più piccoli) far riflettere i bambini e le bambine sulle somiglianze e differenze non legate al genere (es. “Abbiamo tutti gli occhi, ma colori diversi”), per destrutturare l’idea che il genere sia la differenza più significativa e polarizzante. 2. Promozione della Mascolinità Accudente e Flessibile Essenziale per liberare gli uomini dalla “gabbia” delle aspettative di virilità. Rifiuto della Segregazione nei Giochi e nelle Carriere: incoraggiare i ragazzi ad attività tradizionalmente “femminili” (come il gioco di cura, la creatività, l’espressione artistica) e le ragazze ad attività STEM o tecnico-scientifiche. L’obiettivo è mostrare che competenze e interessi non hanno sesso. Educazione Emotiva e Vulnerabilità: insegnare ai ragazzi, in modo esplicito, a identificare, nominare e condividere le proprie emozioni (paura, tristezza, ansia), presentandole non come segno di debolezza, ma di piena umanità e intelligenza emotiva. Questo contrasta direttamente la norma della “mascolinità tossica” che

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Ritmi che educano: musica e movimento come strumenti di regolazione emotiva in famiglia (DSA/ ADHD)

In qualità di pedagogista clinico tengo molto alla dimensione pratica della crescita personale. Un aspetto spesso sottovalutato è come musica e movimento possano diventare potenti strumenti di regolazione emotiva per genitori e figli, favorendo attenzione, empatia e autostima nella vita di tutti i giorni.

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La pausa educativa: micro-pause consapevoli per apprendere meglio e vivere in equilibrio

Come pedagogista clinico, vedo spesso studenti e famiglie spinti da ritmi veloci che compromettono l’attenzione e la serenità. La pausa educativa è una strategia semplice ma potente: piccole pause di 60-90 secondi che ri-sintonizzano mente e corpo, migliorando l’apprendimento e le relazioni all’interno del nucleo familiare.

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Confini sani, relazioni sane: come definire limiti senza sensi di colpa

Come pedagogista clinico, spesso osservo che la crescita non riguarda solo quello che aggiungiamo alle nostre giornate, ma anche quello che decidiamo di non fare o di non permettere. Definire confini sani è un gesto di cura verso se stessi e gli altri: permette ai bambini di vedere esempi concreti di autonomia e ai genitori di mantenere spazio per il proprio benessere.

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Perché la Comunicazione Consapevole fa la Differenza: Un Approccio Pedagogico-Clinico

Come pedagogista clinico, ho imparato che la crescita personale inizia dalle parole che scegliamo quando ci relazioniamo agli altri. In questo articolo esploro la Comunicazione Consapevole come strumento pratico per ridurre conflitti, migliorare l’ascolto e costruire relazioni più sane, utili a genitori, insegnanti e adulti in cerca di crescita e benessere.

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Mindset di crescita: trasformare errori e ostacoli in apprendimenti concreti

Come pedagogista clinico, la crescita personale non è una corsa alla perfezione, ma un viaggio guidato da credenze dinamiche e azioni concrete. Il Mindset di crescita ci aiuta a trasformare le difficoltà in opportunità, riducendo la paura di sbagliare e aumentando la motivazione. In questo articolo propongo strumenti pratici da integrare subito nella tua routine quotidiana.

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Resilienza quotidiana: trasformare piccole abitudini in crescita reale

Benvenuti sul mio blog. Sono una pedagogista clinica e credo che la crescita personale nasca dalle piccole scelte di ogni giorno. In questo articolo esploriamo la resilienza come capacità di adattarsi alle difficoltà e di trasformare le sfide in opportunità di apprendimento e sviluppo, anche quando il tempo è poco o la stanchezza è tanta.

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L’Intelligenza Emotiva: la Bussola per Prevenire la Violenza e Costruire una Leadership Etica

Introduzione In un’epoca caratterizzata da conflitti crescenti – dalle relazioni interpersonali tossiche ai drammi della guerra globale – emerge con urgenza la necessità di strumenti educativi capaci di forgiare individui consapevoli e responsabili. Come pedagogista clinica, osservo quotidianamente come l’assenza di determinate competenze emotive sia alla radice di comportamenti distruttivi. La chiave per disinnescare la violenza, mitigare il senso di onnipotenza e coltivare una vera leadership risiede nell’Intelligenza Emotiva (IE). L’IE, definita da Daniel Goleman come la capacità di riconoscere, comprendere e gestire efficacemente le proprie emozioni e quelle degli altri, non è semplicemente una “dote”, ma un insieme di competenze che possono e devono essere educate e allenate sin dalla prima infanzia. L’IE come antidoto alla violenza e alla rabbia distruttiva La violenza, in tutte le sue forme (fisica, psicologica, di genere), è spesso l’esito di una mancata autoregolazione emotiva e di una profonda incapacità di empatia. Un buon programma di educazione emotiva agisce come un vaccino, insegnando a: Riconoscere la rabbia prima che esploda: la rabbia è un’emozione naturale e non è il nemico, lo è la sua gestione disfunzionale. L’IE permette di identificare i trigger emotivi e di non permettere che la frustrazione sfoci in aggressività incontrollata. Lavorare sul “pensiero alternativo” e “consequenziale” permette ai bambini e agli adulti di comprendere che un conflitto può essere risolto in modi diversi dalla violenza, come dimostrato in vari programmi educativi. Sviluppare l’empatia: l’empatia è la competenza sociale per eccellenza e un deterrente cruciale alla violenza. Permette di “mettersi nei panni dell’altro”, cogliendo i segnali di disagio e dolore. Questa sintonizzazione emotiva rende l’atto violento moralmente e psicologicamente più difficile da compiere. L’educazione all’ascolto attivo e al riconoscimento delle emozioni altrui costruisce ponti di comprensione al posto di muri di indifferenza. Contrastare la spirale dell’odio: a livello sociale, l’IE infonde un sentimento sociale di cooperazione e rispetto. Solo imparando a valorizzare le emozioni positive come l’amicizia, l’umorismo e la felicità autentica (il “bene”) si può “affogare il male nell’abbondanza del bene”, creando un tessuto sociale basato sulla fiducia e sul benessere condiviso, che è l’opposto della guerra. Dall’onnipotenza alla consapevolezza dei limiti Uno dei fenomeni psicologici più insidiosi, spesso celato dietro l’aggressività e la manipolazione, è il senso di onnipotenza. Questo meccanismo difensivo, specialmente negli individui con attaccamenti insicuri o un’identità difensiva, si manifesta come una convinzione di non avere limiti, di non dover rendere conto a nessuno e di poter abusare del potere senza conseguenze. Spesso è una reazione difensiva all’opposto, un profondo senso di impotenza e vulnerabilità non accettato. L’Intelligenza Emotiva gioca un ruolo fondamentale nel “ridimensionamento” costruttivo di questo senso distorto di sé, attraverso: Autoconsapevolezza: riconoscere le proprie emozioni (paura, ansia, vulnerabilità) è il primo passo per accettare i propri limiti. Un leader emotivamente intelligente sa di non essere infallibile e riconosce la propria fallibilità come un’opportunità di crescita, non come un fallimento da coprire con l’arroganza o la forza. Gestione della frustrazione: l’onnipotente non tollera il fallimento o il rifiuto. L’IE fornisce strumenti per gestire la frustrazione e la collera in modo efficace, prevenendo che questi sentimenti si traducano in comportamenti aggressivi o autodistruttivi volti a riaffermare un controllo illusorio sul mondo. Umiltà e vulnerabilità: solo accettando la propria vulnerabilità e lavorando sulla resilienza, l’individuo può abbandonare le “armature” difensive dell’onnipotenza per abbracciare l’autenticità e relazioni basate sulla reciprocità e non sul mero utilizzo dell’altro per ricevere conferme narcisistiche. L’IE: il segreto di una leadership trasformativa Il superamento del senso di onnipotenza e la gestione costruttiva delle emozioni aprono la strada a una forma di leadership superiore, definita leadership emotiva. Un leader emotivamente intelligente non si impone per forza, ma per influenza positiva e ispirazione. Le competenze emotive essenziali per una leadership efficace includono: Area di Competenza Descrizione e Beneficio Consapevolezza di Sé Riconoscere i propri valori, le proprie forze e i propri trigger emotivi. Permette decisioni lucide e un’immagine realistica di sé (non distorta dall’onnipotenza). Gestione di Sé Controllare gli impulsi (specialmente la rabbia), mantenere un atteggiamento positivo e affrontare lo stress. Costruisce fiducia e resilienza nel team. Consapevolezza Sociale (Empatia) Comprendere le dinamiche emotive del gruppo, i bisogni e le preoccupazioni dei collaboratori. Essenziale per sintonizzarsi e supportare emotivamente gli altri. Gestione delle Relazioni Capacità di ispirare, motivare, influenzare positivamente e gestire i conflitti in modo costruttivo, trasformando le divergenze in opportunità di crescita. L’applicazione dell’IE nel leadership crea un clima aziendale positivo e proattivo, dove i collaboratori si sentono motivati, apprezzati e connessi all’organizzazione. Un leader che pratica l’ascolto attivo e l’empatia è capace di “far muovere” le persone, non per ordine, ma accendendo la loro passione e ispirandole a dare il meglio. La risonanza emotiva al vertice del potere: uno scenario ideale Immaginiamo che i leader politici e i capi di stato a livello globale possiedano un’Intelligenza Emotiva (IE) elevatissima, incarnando i quattro domini essenziali di Goleman e Boyatzis: autoconsapevolezza, autoregolazione, empatia e gestione delle relazioni. 1. La Scomparsa dell’ego e del senso di onnipotenza Se i leader fossero veramente autoconsapevoli, sarebbero in grado di: Riconoscere la vulnerabilità e i limiti: un leader emotivamente intelligente non si nasconderebbe dietro il senso di onnipotenza (spesso una difesa contro l’impotenza o l’insicurezza, come abbiamo visto). Accetterebbe la propria fallibilità e i limiti del proprio potere, riducendo l’impulso a cercare soluzioni assolute o a imporre la propria volontà con la forza. Gestire la paura e l’ansia collettiva: gran parte della politica aggressiva è guidata dalla paura (di perdere il controllo, di essere sottomessi). Un leader con alta IE sarebbe in grado di autoregolare la propria ansia e quella del suo popolo, disinnescando la retorica del “noi contro loro” e la necessità di proiettare la propria aggressività su un nemico esterno. 2. Le crisi globali e la priorità dell’empatia Il cambiamento più radicale avverrebbe nel modo di affrontare i conflitti internazionali, come la guerra in Ucraina, il dramma a Gaza, o i genocidi silenti. L’Empatia come strumento di negoziato: un leader empatico è in grado di praticare il perspective taking, mettendosi nei panni della controparte

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L’Attaccamento Evitante: Che Cos’è? E cosa comporta nello sviluppo evolutivo?

Introduzione L’attaccamento è il legame emotivo profondo che si forma tra un bambino e il suo caregiver primario, solitamente la madre o il padre. È essenziale per lo sviluppo emotivo e sociale. L’attaccamento evitante, in particolare, si sviluppa quando il caregiver è costantemente distante, non responsivo o rifiutante nei confronti dei bisogni emotivi del bambino. I bambini, per adattarsi a questa situazione, imparano a sopprimere le loro emozioni e a diventare eccessivamente autosufficienti, con la convinzione che i loro bisogni non verranno comunque soddisfatti. Teorie di Riferimento Le basi teoriche dell’attaccamento insicuro-distanziante derivano principalmente dalla ricerca di Mary Ainsworth e Mary Main. Mary Ainsworth e la “Strange Situation”: con il suo famoso esperimento, Ainsworth ha osservato che i bambini con un attaccamento evitante mostravano indifferenza o evitavano attivamente il contatto con il genitore al suo ritorno, apparentemente non turbati dalla separazione. Questa strategia di evitamento, tuttavia, mascherava uno stato di stress interno. Mary Main e l’Adult Attachment Interview (AAI): Main ha esteso la teoria di Bowlby e Ainsworth all’età adulta, sviluppando l’AAI per classificare gli stili di attaccamento degli adulti. Ha identificato lo stile “distanziante” come quello in cui l’individuo minimizza l’importanza delle esperienze di attaccamento passate, idealizzando i genitori o non ricordando dettagli significativi. Diverse ricerche supportano queste teorie, mostrando come l’attaccamento insicuro-distanziante sia associato a vari problemi. Ad esempio, studi hanno evidenziato che le persone con questo stile di attaccamento tendono a: Mostrare una minore empatia o in alcuni casi eccessiva tanto da sentirsi costantemente sobbarcati da problemi altrui. Vivere la sessualità in modo più fisico che emotivo. Avere una maggiore difficoltà nella gestione dei conflitti, preferendo evitarli o minimizzarli. Essere a maggior rischio di sviluppare problemi psicopatologici come la depressione o il disturbo post-traumatico da stress, a causa della repressione emotiva e del trauma relazionale. È importante sottolineare che, sebbene l’attaccamento insicuro-distanziante sia una sfida complessa, non è un destino immutabile. Con la consapevolezza e un lavoro terapeutico mirato, è possibile rielaborare i modelli relazionali e sviluppare un senso di sé e un’intimità più sani. Dal punto di vista neuroscientifico, l’attaccamento insicuro-distanziante non è solo una strategia psicologica, ma ha radici profonde nella neurobiologia dello sviluppo. Le prime interazioni tra bambino e caregiver plasmano letteralmente l’architettura del cervello, influenzando in particolare le aree coinvolte nella regolazione emotiva, nella risposta allo stress e nella socialità. Sviluppo Cerebrale e Attaccamento Il cervello di un neonato è incredibilmente plastico e si sviluppa in base alle esperienze relazionali. Quando un bambino ha un caregiver costantemente non responsivo o emotivamente distante, il suo cervello si adatta a questa realtà. I circuiti neurali che dovrebbero essere rafforzati da un’interazione sicura non si sviluppano in modo ottimale. In particolare: Amigdala e Sistema dello Stress: l’amigdala è il centro di allarme del cervello, responsabile della risposta alla paura e allo stress. Nei bambini con attaccamento insicuro-distanziante, la mancanza di un caregiver che li conforti in momenti di paura o disagio porta a una costante iperattivazione dell’amigdala. Questo rende il bambino ipervigilante e predisposto a percepire minacce anche in assenza di reale pericolo. Il sistema di risposta allo stress (asse HPA) rimane in uno stato di allerta elevato, causando una maggiore produzione di cortisolo. Concessa in licenza da Google Corteccia Prefrontale: la corteccia prefrontale, specialmente la sua parte ventromediale, è cruciale per la regolazione delle emozioni, il ragionamento e il controllo degli impulsi. Un attaccamento insicuro impedisce lo sviluppo ottimale delle connessioni tra questa area e l’amigdala. Di conseguenza, l’adulto con attaccamento evitante ha difficoltà a regolare le emozioni intense, a controllare le risposte impulsive e a fidarsi degli altri, poiché i circuiti neurali deputati a queste funzioni sono meno efficienti. Sistema di Ricompensa: la neurobiologia della relazione tra madre e figlio ha rilevato che la soddisfazione dei bisogni emotivi attiva il sistema di ricompensa del cervello (come l’area tegmentale ventrale). Studi hanno mostrato che le persone con uno stile di attaccamento evitante hanno una ridotta attivazione di quest’area in risposta a stimoli sociali positivi, come le espressioni facciali sorridenti, dimostrando una minore capacità di elaborare la gratificazione relazionale Impatto sull’Adulto L’impatto neurobiologico dell’attaccamento insicuro-distanziante si manifesta in età adulta con sintomi specifici: La Doppia Faccia della Dissociazione Emotiva Dissociazione emotiva: l’adulto può avere difficoltà a sentire e riconoscere le proprie emozioni, specialmente quelle legate alla vulnerabilità. Questo è un meccanismo di difesa neurobiologico per gestire l’iperattivazione emotiva senza un’adeguata capacità di regolazione. La persona sopprime attivamente i sentimenti che potrebbero minacciare la sua “autosufficienza”, portando a una sorta di scissione tra cognizione ed emozione. Aiutami anche ad esprimere l’altra faccia della medaglia ovvero che possono incorrere in situazioni in cui sono complettamente aasorbiti dai problemi altrui facendosene un carico sproporzionato La stessa difficoltà che porta a non sentire le proprie emozioni può manifestarsi in un modo apparentemente opposto: l’assorbimento eccessivo nei problemi degli altri. Se da un lato la persona sopprime la propria vulnerabilità per non sentirsi minacciata, dall’altro può ritrovarsi a farsi carico in modo sproporzionato dei problemi altrui. Questo accade perché l’attenzione viene spostata da ciò che è interno a ciò che è esterno. L’individuo, non potendo o non sapendo gestire le proprie emozioni, cerca di controllare e risolvere quelle degli altri. In questo modo, prendersi cura degli altri diventa un meccanismo di controllo indiretto per sentirsi utili e validi, senza dover affrontare il proprio mondo emotivo. Questa “iper-empatia” è in realtà un’altra forma di evitamento. Non è una sana condivisione emotiva, ma un’immersione totale che nega i propri bisogni per concentrarsi su quelli altrui. L’individuo, in questo ruolo, può sentirsi indispensabile e trovare un senso di valore che non riesce a ottenere prendendosi cura di sé. Tuttavia, questo porta a un carico emotivo e psicologico schiacciante, che non fa altro che rafforzare la convinzione che le proprie emozioni e i propri bisogni siano meno importanti di quelli degli altri, perpetuando il ciclo di dissociazione e autosoppressione. Generando enormi difficoltà interpersonali: la mancanza di una “sintonizzazione emotiva” con il caregiver nell’infanzia porta a una ridotta o eccessiva  capacità di empatia e immedesimazione

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